Il circuito burocratico-bancario che non vuole riformare la Bce

Il documento più letto dagli economisti americani sulla crisi dell’Eurozona lo ha scritto Hyun Song Shin, professore sudcoreano che è arrivato nel 2006 alla scuola ultrakeynesiana di Princeton dopo una carriera fra Oxford, London School of Economics e la corte del presidente Lee Myung-bak.
13 AGO 20
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Il documento più letto dagli economisti americani sulla crisi dell’Eurozona lo ha scritto Hyun Song Shin, professore sudcoreano che è arrivato nel 2006 alla scuola ultrakeynesiana di Princeton dopo una carriera fra Oxford, London School of Economics e la corte del presidente Lee Myung-bak. In “Global Banking Glut and Loan Risk Premium” Shin scava, con tecniche assai raffinate, nella natura dell’eurocrisi che sta già contagiando l’America e a forza di scavare scopre che nel ventricolo dell’insolvenza pubblica, nei debiti sovrani, nello spread e in tutta quella debolezza che è sangue fresco per l’olfatto prodigioso degli speculatori, c’è una crisi bancaria. E’ la natura duttile delle banche europee “globali” a permettere loro di agire sul mercato americano con livelli di esposizione impensabili. Shin fa notare che l’incontro fra il sistema bancario americano e quello europeo ha prodotto un reagente che accelera la crisi ed è la parte più morbida del direttorio europeo – la parte francese – quella che s’è presa più rischi oltreoceano senza un’adeguata copertura della Banca centrale europea.
A marzo l’economista aveva denunciato sul Wall Street Journal l’inefficacia degli stress test sulle banche del Vecchio continente: “L’Europa sembra decisa a ripetere i suoi errori facendo un secondo round di test inefficaci. La versione del 2010 aveva fatto ben poco per riportare fiducia nei mercati. A meno che la struttura dei test di quest’anno non sia completamente diversa, la crisi europea proseguirà”. Con il suo ultimo studio ha aggiunto allo scenario la velocità di propagazione del virus. Che in caso di collasso dell’euro l’economia americana (e globale) venga trascinata nel pozzo è opinione corrente, che questo avvenga in modo così rapido – troppo rapido anche per Angela Merkel, che tira la corda dell’austerità altrui fino all’orlo del precipizio – è una variabile non ancora del tutto esplorata. Quando Paul Krugman ha letto il paper del collega s’è fatto una risata amara: “In pratica, la Banca centrale europea sta per distruggere non soltanto l’euro, ma il mondo intero”.
Qualche mese fa Shin ha pubblicato assieme a una dozzina di economisti – fra cui Mohammed El-Erian del fondo Pimco, altro grande critico della Bce debole – uno studio per rivedere il ruolo delle Banche centrali alla luce dell’ambiente post crisi, contesto in cui “la stabilità finanziaria non può più essere sconnessa dall’ambito della politica monetaria e le Banche centrali sono sottoposte a nuove pressioni”. Nelle premesse di “Rethinking Central Banking” ci sono tutte le condizioni di debolezza che si stanno realizzando in modo drammaticamente rapido in Eurolandia.
In una conversazione con il Foglio, Shin ribadisce che il nucleo del problema non ha a che fare innanzitutto con i conti degli stati – e il caso italiano lo dimostra – ma con il sistema bancario e l’assenza di un prestatore di ultima istanza a protezione della moneta europea. Il contagio globale è una naturale conseguenza. “La crisi europea è innanzitutto una crisi bancaria – dice Shin – e soltanto in secondo luogo una crisi del debito pubblico. Per questo si sta sviluppando così velocemente. Gli stati Uniti hanno un debito con le banche europee di 5 mila miliardi di dollari. Il ritiro di un credito del genere porterebbe a un credit crunch in America in un momento in cui la ripresa economica è anemica e non è in grado di assorbire altri colpi”. Obama sta giocando le (poche) carte politiche che ha per convincere l’Europa a riformare il ruolo della Bce, ma nel frattempo il capo della Fed, Ben Bernanke, appronta un piano d’emergenza: “Cerca di rafforzare le banche americane per attutire un eventuale colpo. E’ per questo che gli stress test che ha annunciato sono così duri”. E’ da leggere nell’ottica della stabilizzazione anche la manovra annunciata ieri dalle Banche centrali per favorire l’accesso ai capitali. I mercati hanno gradito la misura coordinata dalla Fed, anche se, dice il professore, “il sostegno serve soltanto a guadagnare tempo in vista di una soluzione di lungo periodo”. Le banche centrali, insomma, agiscono sul sintomo, non sulla malattia.
Il giudizio di Shin sull’operato della Bce è doppiamente duro: non soltanto non accetta di diventare il “lender of last resort” per i titoli di stato, ma non ha preteso dalle banche standard accettabili in termini di liquidità: “La Bce finanzia le banche, ma non compra debito sovrano. In marzo il bilancio della Bce era di 1.300 miliardi di euro, ora è attorno ai 2 mila miliardi. In questo senso ha fatto da prestatore di ultima istanza, ma non è sufficiente, perché le banche (specialmente quelle francesi, ma anche quelle tedesche e olandesi) non hanno abbastanza capitale. I leader europei avrebbero potuto e dovuto costringere le banche ad aumentare i capitali già nel maggio del 2010 e hanno avuto tempo fino a luglio di quest’anno. Sono state enormi occasioni perse. Fra l’altro i parametri di Basilea III sono stati annacquati per via delle pressioni dei banchieri europei e i leader del Vecchio continente hanno trattato gli accordi come una merce di scambio, favorendo le banche invece di promuovere la stabilità finanziaria. Ora è troppo tardi e l’unico modo per aumentare il capitale delle banche è usare fondi pubblici (la nazionalizzazione, ad esempio). In questo modo sarebbe possibile fare stress test adeguati e ricapitalizzare le banche, ma nel frattempo la Bce dovrebbe acquistare titoli sovrani per stabilizzare i mercati”.
Significa che la Bce dovrebbe avere un ruolo più decisivo, sul modello della Fed? “Sì, e avrebbe dovuto averlo dall’inizio. E’ stato il potere acquisito delle autorità nazionali a impedirlo”. Krugman dice che paesi come l’Italia sono vittime del “peccato originale” dell’euro, quello di essere stati costretti a fare debito in valuta straniera, in teoria europea ma in pratica tedesca, e quella è l’origine della vulnerabilità. E’ d’accordo? “Non del tutto – spiega Shin – perché il peccato originale non lo puoi togliere, mentre io credo che in certe condizioni alcune decise e robuste misure per impedire che il settore bancario crescesse oltre il livello di guardia sarebbero state sufficienti. La Corea e altre economie emergenti hanno parecchia esperienza in questo genere di misure. Ma per farlo serve un regolatore centrale che faccia davvero il proprio lavoro”.